Pena leggermente ridotta in appello – dai 3 anni e 4 mesi di reclusione del primo grado ai 2 anni e 8 mesi del secondo – e conferma nel resto della sentenza, incluse le statuizioni civili. Ha retto, quindi, l’impostazione dell’accusa nel processo che vedeva l’avvocato Carmelo Marcello, dello studio Mgtm Avvocati Associati di Ferrara, promotore della rete professionale Lpteam, affiancare il pubblico ministero come difensore di parte civile.

Al centro della vicenda, quanto sarebbe accaduto in una società sportiva toscana, dove l’imputato, direttore tecnico, avrebbe in varie occasioni, tra 2018 e 2020, palpeggiato tre atlete, all’epoca dei fatti quattordicenni. Si procedeva, quindi, per violenza sessuale aggravata. Una vicenda emersa nel 2020, quando una delle tre, durante un colloquio con un medico, per motivi non direttamente collegati a questa vicenda, avrebbe raccontato degli abusi subiti. Gli accertamenti, immediatamente avviati, hanno consentito di individuare anche altre presunte vittime che avrebbero confermato di avere a propria volta subito palpeggiamenti.

Le indagini preliminari erano quindi passate attraverso la richiesta, da parte della Procura, di una misura cautelare, come gli arresti domiciliari, rigettata dal gip, che aveva invece disposto la sospensione temporanea dall’esercizio della professione di istruttore sportivo di minorenni, e attraverso un incidente probatorio che, secondo la Procura, aveva sostanzialmente confermato la attendibilità delle vittime minori.

Il giudizio di primo grado, nel 2022, come detto si era concluso con la condanna dell’imputato, con riconoscimento, comunque, della ipotesi lieve del reato contestato. Oltre alla condanna a 3 anni e 4 mesi, era stato disposto anche il risarcimento alle parti civili costituite, con provvisionali comprese tra i 5 e i 10mila euro.

Le motivazioni della sentenza di primo grado hanno posto in evidenza la assoluta attendibilità del racconto reso dalle presunte vittime. “E’ altrettanto innegabile – scrive infatti il giudice di primo grado – che ciascuna delle tre persone offese abbia coerentemente reso la medesima, precisa versione dei fatti, prima davanti alla polizia giudiziaria e poi davanti al gip. Altrettanto evidente è la sostanziale omogeneità delle dichiarazioni rese dalle persone offese, riguardo alle quali, inoltre, non emerge né è stato prospettato un possibile movente calunnioso”.

Il procedimento si è, quindi, spostato in Appello, dove, lo scorso 9 febbraio, è arrivato il dispositivo che, fatta salva la rideterminazione della pena, non ha modificato l’impostazione della sentenza di primo grado.

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