“Un vortice di violenza e minacce”: condanna all’aguzzino del prete

“Una spirale di minacce da parte dell’imputato, oltre che di violenza fisica, che avevano fatto presa sulla fragile personalità del prete”. E’ così che il giudice Giulia Caucci del tribunale di Ferrara, nelle motivazioni della sentenza che parla di una condanna a due anni, con annesso risarcimento da quantificare in sede civile, ricostruisce il calvario di un religioso di Ferrara, che sarebbe stato, secondo questa ricostruzione, fatto oggetto di un pesantissimo tentativo di estorsione, nel 2012, da parte del capofamiglia di un nucleo serbo al quale aveva dato ospitalità.

Un risultato, la condanna dell’imputato, arrivato al termine di un percorso molto tormentato e difficile, che ha visto il sacerdote, sempre seguito e tutelato, in questa vicenda, dall’avvocato Claudio Maruzzi, del foro di Ferrara, promotore della rete professionale Lpteam, doversi difendere anche da una accusa di violenza sessuale a carico di minore, il figlio dell’imputato, uscendone con una assoluzione piena.

La tentata estorsione sarebbe consistita in pretese economiche, nonostante il religioso aiutasse già in maniera cospicua la famiglia serba, alla quale avrebbe comprato elettrodomestici, auto, moto, provvedendo anche personalmente alla spesa e ad altre necessità. Il culmine si sarebbe toccato quando il capofamiglia avrebbe preteso che gli venisse intestato l’appartamento che occupava, come ospite, al piano terra di una abitazione di proprietà del prete, che risiedeva al piano superiore.

Per arrivare a questo risultato, il serbo avrebbe minacciato il religioso di farlo picchiare da amici albanesi che lo avrebbero lasciato in carrozzina, ma anche di denunciarlo per pedofilia, o di descriverlo come pedofilo alla stampa. Una situazione, insomma, ad altissimo tasso di stress per il religioso. Non ha visto la parte finale del procedimento, poiché; nel frattempo, è purtroppo deceduto.

Nelle motivazioni, il giudice ripercorre le dichiarazioni del sacerdote, ritenendole credibili, ed evidenzia come, anche nei messaggi che il serbo inviava al parroco, vi siano chiare allusioni al contesto estorsivo in essere, come minacce di divulgazioni della sua presunta omosessualità. Ma il magistrato fa riferimento anche alle impressioni che la vicenda suscitava tra gli altri religiosi conoscenti della vittima della estorsione, preoccupati per la situazione. “Il descritto contesto predatorio – proseguono infatti le motivazioni – è poi indirettamente confermato dai testimoni facenti parte del clero”.

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