Processo Pfas: “Nell’area rossa, neonati con basso peso”

Testimonianze importanti sono state rese nelle udienze del 21 e del 28 aprile del processo ambientale in corso di fronte alla Corte di Assise a Vicenza, seguite dagli avvocati della rete professionale Lpteam quali difensori 2022 delle Mamme No Pfas, costituite parti civili.

Gli imputati nel procedimento sono in tutto 15, i vertici delle aziende ritenute coinvolte nell’inquinamento da Pfas. Il dibattimento in corso è il frutto della riunione di due indagini, disposto dal giudice in sede di udienza preliminare. In particolare, il filone principale è quello che riguarda la contaminazione da Pfas a catena lunga (Pfoa e Pfos) che sarebbe avvenuta sino al 2013. Il secondo filone, invece, riguarda la contaminazione da Pfas a catena corta (GenX e C6O4) dal 2013 al 2017. In questo secondo filone sono ipotizzati anche reati fallimentari, ossia relativi all’ipotesi di bancarotta, che vanno quindi ad aggiungersi a quelle di disastro, inquinamento ambientale e avvelenamento delle acque. Quest’ultima fattispecie prevede la competenza della Corte d’Assise, davanti alla quale è appunto aperto il dibattimento.

Presenti nel processo, come difensori di parte civile, tre avvocati della rete professionale Lpteam:  Matteo Ceruti, promotore della rete professionale Lpteam, e i colleghi Cristina Guasti e Marco Casellato, componenti della rete. Assistono, come detto, le Mamme No Pfas. Si tratta di mamme, ma non solo, e in generale persone residenti nella zona rossa, che si sono sottoposte al biomonitoraggio, con esiti purtroppo positivi, ossia con il rilevamento di concentrazioni di Pfas nel sangue superiore ai valori di riferimento, in determinati casi con patologie secondo la letteratura correlabili con l’esposizione a Pfas.

Molto importante, per quanto concerne la questione della correlazione tra esposizione ai Pfas e ricadute sulla salute, è stata l’udienza del 21 aprile, nel corso della quale le parti civili hanno proceduto al controesame della dottoressa Francesca Russo, all’epoca dei fatti dirigente del Settore di Prevenzione della Regione Veneto. Numerosi, infatti, i punti che sono stati toccati nel corso della deposizione, in particolare a risposta dei quesiti posti dall’avvocato Cristina Guasti.

Tra questi, anche il tema delle anomalie riscontrate nel peso dei neonati nella zona rossa. Secondo alcuni dati menzionati dalla stessa dottoressa Russo, infatti, sarebbe emerso che in questo perimetro vi è stato un aumento del 30% di bambini nati con un basso peso corporeo, rispetto alla media della Regione.

A questa evidenza, nella propria deposizione, Russo ha precisato come le analisi dell’azienda sanitaria abbiano in effetti consentito di individuare un aumento sia per quanto riguarda il diabete gestazionale, sia per quanto riguarda l’eclampsia e per quanto riguarda praticamente il basso peso alla nascita. Soprattutto per quanto riguarda il basso peso alla nascita”. Non solo: sempre Russo, proseguendo, ha spiegato come la percentuale di neonati venuti alla luce con un basso peso corporeo diminuisca in maniera netta mano a mano che ci si allontana dalla zona rossa.

Nel controesame è stato quindi affrontato un altro argomento di grande – e drammatica – attualità. Ossia la possibilità che durante l’allattamento gli agenti contaminanti possano essere trasferiti dalla madre al figlio. L’avvocato Guasti pone, infatti, una domanda proprio in questo senso alla dirigente regionale la quale ha precisato che  gli studi di letteratura mettono in evidenza che comunque le sostanze perfluoroalchiliche passano la placenta e quindi possono passare al bambino, aggiungendo poi che è verosimile che le sostanze, poi, possano essere veicolate tramite il latte materno, quindi anche dopo il periodo gestazionale.

Altra questione molto importante che è stata affrontata nel corso della deposizione, sempre in risposta alle domande dell’avvocato Guasti, è quella di una possibile correlazione tra esposizione ai Pfas e risposta ed efficienza del sistema immunitario. Nella propria risposta, la dottoressa Russo va oltre, affrontando anche la questione della mortalità al Covid che, nella zona rossa, è stata molto superiore alla media, e che da una prima valutazione ciò potrebbe essere associato ad una minore risposta ai vaccini.

All’udienza del 28 aprile è stato invece esaminato l’ex Direttore generale dell’Area sanità della Regione Veneto, dott. Domenico Mantoan il quale ha confermato come gli studi compiuti sino ad ora abbiano evidenziato la correlazione tra i Pfas e numerose patologie, con ad esempio un +20% di morti per malattie cardiovascolari nella popolazione contaminata.

Più vaghe sono state le risposte del teste Mantoan alle domande poste in controesame dall’avv. Matteo Ceruti sul tema della contaminazione degli alimenti.

In proposito nel proprio comunicato stampa le Mamme No Pfas (si rinvia al link…) hanno evidenziato: sorprende molto che il teste non abbia saputo ricordare nulla di un primo monitoraggio degli alimenti eseguito negli anni 2014-2016, né riferire se fossero stati adottati – o almeno proposti dai suoi dirigenti provvedimenti cautelariquali il divieto di utilizzo e commercializzazione degli alimenti contaminati. Ha rammentato solo un divieto di abbeveraggio degli animali, ed è decisamente un po’ poco per chi per dieci anni ha ricoperto un ruolo di grande responsabilità come il suo. Ma ancora più singolare è che il dottor Mantoan non abbia saputo riferire nulla in merito all’indagine epidemiologica che era stata deliberata nel 2016 dalla Giunta regionale del Veneto, ed assegnata all’Istituto Superiore di Sanità. “Noi cittadini contaminati sappiamo bene che purtroppo quell’indagine non è mai stata effettuata, ma ci chiediamo: chi è il responsabile di questa inadempienza”.

L’udienza è quindi proseguita con l’inizio dell’esame del M.llo capo Tagliaferri, il sottoufficiale dei Carabinieri del NOE di Treviso che ha svolto la lunga e complessa attività di indagine.

Il processo proseguirà all’udienza del 19 maggio prossimo con il prosieguo dell’esame del M.llo Tagliaferri.

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